Letterina a Gesù Bambino!

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Caro Gesù Bambino,

perdonami se non mi sono più rivolto a te per iscritto da oltre cinquant’anni e questa volta non sto a questuarti alcunchè, ma desidero solo ringraziarti per ciò che mi concedesti allora e continui a fornirmi oggi, d’altronde. Ti ricorderai senz’altro la prima delle mie letterine di richiesta doni, da lasciare sotto l’albero di Natale qualche giorno prima del 25 dicembre, incalzata dalla seconda, indirizzata ai genitori, per esprimergli riconoscenza di essere tali e di volerci bene nonostante si facesse a gara, noi figli, per combinarne, di marachelle, ognuna più grossa delle precedenti. Quanta fatica ed emozione nel compilarle, aiutato dall’indimenticabile Maestra Clara Anderlini, nella settimana antecedente il Natale numero 1959 della tua era! Allora non suonava stravagante nè tanto meno ridicolo che bambini ed adulti credessero sinceramente nella tua venuta in carne ed ossa in quella notte straordinaria in cui nascesti dal grembo verginale di Maria e venisti poi deposto in una mangiatoia.

Luogo teologicamente mirato, originale e davvero umile, la mangiatoia, essendo sovrastata per giunta dalla greppia (una rastrelliera per il foraggio), dove immediatamente  ti resero omaggio gli ultimi sulla faccia della terra, i pastori, affinchè fosse ben chiaro fin da subito, ai tuoi inviati, che i Palazzi non ti si addicono troppo.

Ed entrambi i termini, greppia e mangiatoia, derivano dal latino praesepium o praesepe, per cui è oltremodo inaccettabile, di conseguenza, che si scelga qualsiasi altra sede per rappresentare degnamente il secondo avvenimento per ordine d’importanza per la cristianità intera dopo la Pasqua. E dopo la santa invenzione del presepe da parte di San Francesco a Greccio, pochi chilometri oltre la Cascata delle Marmore, direzione Rieti, si radicò talmente tanto questo modo di concepire e di manifestare la nascita per eccellenza nella cultura europea, che a mezzanotte della Notte Santa ogni bravo contadino scendeva a governare le vacche con una razione doppia nel presepe (o mangiatoia, come preferite), fortunata sorte, una volta tanto, che toccava pure agli animali di bassa corte, così come ai cani e ai gatti, non tanto per amore sviscerato nei loro confronti, ma soprattutto per tema che le bestioline riferissero al Bambino Gesù di essere stati maltrattati dai loro padroni. E sì, esattamente così, perchè in quell’atmosfera mistica che vi si respirava fino a non molti decenni fa, gli animali parlavano al Creatore, secondo i credenti, e a pochi veniva in mente, ascoltandone i racconti, di sorriderci su beffardamente, schernendoli. La parrocchia di San Domenico, a Perugia, negli anni cinquanta e sessanta, organizzava dei veri e propri concorsi per presepi, esaminati da una inflessibile commissione di frati domenicani. Mio padre, che non era precisamente un fedele rigoroso, spese tuttavia una fortuna,  acquistandoci statuine per noi gigantesche, fornendoci tavoloni da impalcatura e dei cavalletti su cui appoggiare la realizzazione, sistemando i cavi elettrici in sicurezza, affinchè non vi restassimo folgorati. Ma il suo compito terminava lì, fino al momento della disposizione dei personaggi. Nonostante dal punto di vista sentimentale ed emotivo ci fossimo psichicamente trasferiti e totalmente immersi nella Basilica della Natività a Betlemme, iniziava il duello rusticano tra noi due fratelli, che non di rado finiva con pianti, strepiti, zuffa finale e qualche coccio da raccogliere. Non poteva mancare, però, in quelle due settimane da fiaba, anche l’alberino di natale, costituito da un robusto ramo di gelso (morus celsa, moro alto) saldamente piantato in un secchio, una volta contenente una confezione di pomodori pelati da 5 Kg, e riempito di terra, sul quale il papà con un punteruolo aveva realizzato dei fori, dove infilava dei rametti freschi di cipresso, annualmente fornitigli dallo zio Mariano. Gli addobbi ci apparivano incredibilmente luccicanti ed attraenti: striscioline argentate e dorate, lucine ad intermittenza di tutti i colori, e il pezzo forte erano delle fantastiche creature di cioccolato, avvolte in carte policromatiche. Fino a Natale resistevamo alle golose tentazioni, poi le composizioni di cioccolato iniziavano misteriosamente a scomparire e il giorno dei Santi Innocenti (gli innocentini, finite le feste, finiti i quattrini), dopo l’Epifania, quando si sbaraccava tutto, erano restate a brillare soltanto le lucine e le striscioline colorate. Bastava il forte odore del muschio, che si poteva impunemente raccogliere senza incorrere in sanzioni, e quello del cipresso, per trasmetterci l’odore della Festa. Il mio papà e la mia mamma, negli attimi precedenti il luculliano pranzo di Natale, fingevano di non aver scorto le due letterine, di mio fratello maggiore e mia, che spuntavano dal fondo del piatto del capofamiglia, ed attendevano che ci fossimo finalmente seduti per dare il via a quella rappresentazione natalizia familiare con la lettura dei buoni proponimenti, che avevamo elencato, sì, sinceramente, ma che altrettanto puntualmente ed immediatamente disattendevamo. Oggi, all’insegna del calabraghismo imperante, coniugato al politicamente corretto, e schiacciati da un obeso ed a noi estraneo (protestante) babbo natale, anche chi è stato educato cristianamente, scorda l’irrinunciabile dovere di trasmettere il patrimonio religioso e culturale, che ricevette fin dai suoi primi vagiti, alle generazioni che seguono. Nonni e genitori, pericolosamente disattenti alla salute morale e psichica di figli e nipoti, tradiscono dunque la loro missione, delegando istituzioni evanescenti ed insegnanti da valutare attentamente all’educazione dei propri eredi. Nella loro semplicità, papà Gennaro e mamma Iolanda mai a nessuno hanno permesso di interferire nella trasmissione degli irrinunciabili valori di base. Non hanno mai tradito, per l’appunto, il loro compito di genitori (tradire da tradere, consegnare, in latino). Non ci hanno mai consegnati, in effetti, ad estranei, da infanti e da adolescenti che fummo. Ci lasciarono metaforicamente della mano quando già eravamo in grado di discernere il bene dal male. Grazie ancora, Gesù Bambino, per i bei doni che m’hai elargito.

Leandro Raggiotti

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Conseguii la Maturità scientifica nel 1972, un Attestato da Analista programmatore nel 1975 e un altro Diploma, inutilissimo sotto ogni punto di vista, escluso quello della conoscenza, avendo goduto dell'insegnamento di professori a livello internazionale, ottenuto presso la scuola Teologica di Montemorcino, Perugia. Sposato con Elsa Maria Isabel Olvera del Toro, padre di Elisabetta e Stefano Daniele, di Lucrezia Valentina, morta a quasi 28 anni d'età il 06/02/2013, e di Anselmo e Rinaldo, mai venuti alla luce nel 1974. Ho anche un nipote, Nicolò, nato nel 2000. Dal 01/01/2016 non sono più impiegato in Provincia con la qualifica di Operatore faunistico, nonchè addetto all'anagrafe "Richiami vivi", e a 62 anni di età sono stato sbattuto via come un vecchio straccio a farla da passacarte in un altro Ente all'insegna di : "tutto ciò che funziona nel pubblico deve essere smantellato". A scanso d'equivoci e ad esclusivo beneficio dei soliti “rosiconi”, comunque, per il mio primo mezzo secolo di vita sono stato impegnato con, nel e per il settore privato. Fervente cristiano cattolico, aperto all'ecumenismo, ma fiero avversario dei nostri nemici nella Fede, sono un cacciatore-conservazionista, amo i viaggi, i libri di storia e la corsa, che pratico tuttora in compagnia del mio adorato Taz in ore antelucane e per le vie della nostra Perugia, minimo tre volte alla settimana, eccetto che a stagione venatoria aperta.